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I signori delle acque. Una storia italiana
Il problema idrico è destinato nei prossimi decenni a caratterizzare le politiche estere e mercantili degli Stati più potenti e dei loro comitati d’affari, pur tuttavia anche in Italia il problema inizia a farsi sentire soprattutto dopo l’approvazione del decreto legge n° 135 del 25 settembre 2009 (approvato in via definitiva il 20 novembre 2009, legge m. 166) che sostanzialmente sancisce la privatizzazione del diritto di accesso all’acqua per il popolo. I “signori delle acque” che sono in alto, dispongono se quelli che sono in basso (ossia i cittadini) possono o non possono bere, ed a quali condizioni visto che sono anche i manovratori delle leve dei costi. In Italia la guerra per le acque ha dei precedenti remoti, risalenti all’origine delle prime guerre di mafia. Con la costituzione dello Stato unitario non c’è stata in Italia una politica di pubblicizzazione e regolamentazione delle acque, ed in Sicilia, in particolar modo nelle campagne palermitane, si è imposta la pratica del controllo privato esercitato dai guardiani, i cosiddetti “fontanieri”, stipendiati dagli utenti. La maggioranza dei guardiani erano legati alla mafia. Nell’ottobre del 1874 viene ucciso a Monreale, il centro vicino Palermo sede del famigerato duomo arabo-normanno, il fontaniere Felice Marchese. Il delitto va incastonato nell’ambito del conflitto tra due organizzazioni mafiose rivali, i Giardinieri e gli Stoppaglieli. Successivamente, nell’agosto del 1890, si avrà un altro omicidio. Questa volta a cadere è il guardiano dell’acqua dell’Istituto psichiatrico di Palermo, Baldassare La Mantia, il quale si era più volte rifiutato di favorire i fratelli Vitale, gabelloti (affittuari) e capimafia della frazione palermitana Altarello di Baida. Interessante è l’analisi della situazione, che a partire da questo omicidio elabora il questore Ermanno Sangiorgi, che in una serie di rapporti ricostruisce la mappa delle famiglie mafiose, rendendo un’immagine di essa (un’organizzazione diffusa sul territorio e strutturata centralmente) molto simile a quella che negli anni ’80 del XX secolo sarà “dipinta” dalle dichiarazioni dei mafiosi collaboratori di giustizia: ”È noto come questa delle usurpazioni destinate all’irrigazione dei giardini rappresenti una delle fonti d’illecito guadagno della criminosa associazione, ed è facile intuire che la resistenza del La Mantia oltreché offesa all’autorità della mafia costituì grave minaccia agli interessi economici della setta, potendo fare scuola agli altri guardiani dell’acqua non affiliati all’associazione. Sicché non deve sembrare strano che per questo motivo, in apparenza ed in altro ambiente non abbastanza grave, i Vitale e consoci abbiano determinato, come fecero, di uccidere”
L’acqua è una risorsa essenziale per la
coltivazione degli agrumi che negli anni successivi alla creazione dello
Stato unitario vengono esportati sul mercato nazionale e internazionale, in
particolare negli Stati Uniti, principale meta di emigrazione dopo la
sconfitta della prima ondata del movimento contadino (i Fasci siciliani). Il
controllo dell’acqua e del mercato agrumicolo è nelle mani di gruppi mafiosi
che avviano i primi rapporti con gli emigrati in America, tra cui ci sono i
fondatori dell’organizzazione mafiosa d’oltre Oceano. E così fu. Nel 1945, a Ficarazzi, nei pressi di Palermo, al centro della pianura coltivata ad agrumi, venne ucciso Agostino D’Alessandro, segretario della Camera del Lavoro, il quale aveva cominciato una lotta contro la mafia dell’acqua. Era stato “invitato” a desistere ma aveva continuato la sua battaglia, all’interno della mobilitazione dei contadini che raccolse centinaia di migliaia di persone impegnate nella lotta per la riforma agraria e per la democrazia, scontrandosi duramente con la mafia. I mafiosi fecero sentire tutto il peso del loro potere all’interno dei consorzi di irrigazione di nuova istituzione. Il consorzio istituto nel 1933, in pieno periodo fascista, abbracciava un comprensorio di circa 106.000 ettari ed era stato costituito per la realizzazione di una diga sul fiume Belice. Esso rimase inattivo fino al 1944, per l’opposizione della mafia, che temeva «che lo sviluppo dell’iniziativa potesse toglierle il monopolio dell’acqua e sovvertire l’ordine delle cose (campierato ed usura), fino a quel momento sotto il suo diretto controllo». L’unica attività che il consorzio riuscì a realizzare consistette nella costruzione di strade, attività non ostacolata dai mafiosi, anzi i quali organizzarono la raccolta e la fornitura di pietre alle imprese di costruzione. Tra questi mafiosi c’era il giovane Luciano Liggio, il quale avendo costituito una società di autotrasporti non manifestò contrarietà all’attività del consorzio intuendone le opportunità offerte in termini affaristici. Infatti la costruzione di dighe rappresentò un ottimo affare per i mafiosi, i quali in seguito al loro inserimento nel sistema, riuscirono ad accapararsi buona parte degli stanziamenti pubblici. Esemplare fu la vicenda della costruzione della diga Garcia sul Belice, chiesta a gran voce dai contadini e ottenuta dopo anni di lotte. Il capomafia Peppino Garda comprò i terreni, ottenne i finanziamenti per migliorarne le coltivazioni e infine li rivendette, a un prezzo di gran lunga superiore a quello d’acquisto. A chi? Agli enti pubblici interessati alla costruzione della diga. Una speculazione studiata a tavolino pienamente riuscita grazie alle complicità delle istituzioni. La grande “sete di Palermo” del 1977-78 rappresentò l’occasione per l’apertura di un’inchiesta sulle fonti di approvvigionamento idrico nell’agro palermitano. Tra le poche fonti informative esistenti c’era la Carta delle irrigazioni siciliane redatta nel 1940 dalla sezione di Palermo del Servizio idrografico del Ministero dei lavori pubblici, dalla quale risultava «un aggrovigliarsi di usi di acque dalle più diverse provenienze» e individuava 114 sorgenti e 600 pozzi che prelevavano l’acqua dalla pingue falda freatica. Un documento più recente, del 1973, redatto dall’Ente sviluppo agricolo (Esa) rilevava l’esistenza di 1.469 pozzi che attingevano alla falda freatica nella fascia costiera. Queste acque sotterranee, rilevanti per il fabbisogno idrico della città e delle campagne avrebbero dovuto essere inserite nell’elenco delle acque pubbliche; invece vennero consapevolmente lasciate sfruttare da mani private, e in prima fila ci furono esponenti di spicco dell’associazione mafiosa. Secondo il parere formulato dal magistrato che condusse l’inchiesta, il pretore Giuseppe Di Lello, il criterio adottato nella redazione degli elenchi delle acque pubbliche, in realtà fu il “rispetto” delle acque private. Nel P.R.G.A. (Piano regolatore generale degli acquedotti) redatto dal Ministero dei lavori pubblici e approvato nel 1968 figuravano solo 13 pozzi, di cui due salini e quattro in via di esaurimento per impoverimento della falda, mentre non c’era traccia dei pozzi ricchissimi d’acqua gestiti dai Greco di Ciaculli, una delle dinastie mafiose più note, e da altre famiglie affiliate. Ovviamente la falda freatica andava impoverendosi per il vero e proprio saccheggio perpetrato dai privati e in particolari dai mafiosi; peraltro in molti pozzi cominciava a registrarsi l’intrusione di acqua marina che ne pregiudicava l’uso. L’acqua avrebbe dovuto essere un bene pubblico, invece l’Azienda municipale acquedotto di Palermo (Amap) prese in affitto i pozzi dei privati, e negli anni ’70 il Comune di Palermo pagò quella che dovrebbe essere la sua acqua, per un importo pari a circa 800 milioni di lire annui. Particolare significativo: i privati per scavare i pozzi si servirono dei mezzi dell’Esa, cioè di un ente pubblico, e con modica spesa realizzarono affari consistenti. L’Amap, alla ricerca di nuove acque, trivellò le zone povere d’acqua, lasciando le zone più ricche al monopolio dei privati. Le responsabilità di tale situazione sono state chiaramente individuate, ai vari livelli: dal Ministero dei lavori pubblici all’Assessorato regionale, dal Provveditorato per le opere pubbliche all’Ufficio del Genio civile e, ovviamente, all’Amap. Alcuni fatti costituivano reato e gli atti vennero inviati alla Procura della Repubblica ma l’inchiesta non ebbe seguito. Un’altra inchiesta condotta nel 1988 si concluse con il rinvio a giudizio di vari mafiosi, di proprietari di pozzi e di alcuni tecnici, ma il processo per dovere di cronaca si concluse con una serie di assoluzioni. In media ogni anno piovono in Sicilia 7 miliardi di metri cubi d’acqua, quasi il triplo del fabbisogno calcolato in 2 miliardi e 482 milioni di metri cubi (1 miliardo e 325 milioni per l’irrigazione dei campi, 727 milioni per dissetare i centri abitati, 430 milioni per il fabbisogno industriale). Eppure la Sicilia soffre la sete, e in alcune zone, per esempio nelle province di Agrigento, Caltanissetta, ed Enna, è emergenza permanente. Ci sono dighe che da vent’anni attendono di essere completate, o non sono state collaudate e possono contenere solo una parte della capienza. Ci sono le condotte colabrodo (si parla di perdite del 50 per cento). Questo non è solo il frutto del controllo mafioso sull’acqua ma più in generale di una politica delle opere pubbliche all’insegna dello spreco e del clientelismo. L’opera pubblica, a prescindere dai miglioramenti che può arrecare alle condizioni di vita della popolazione di un determinato territorio, viene utilizzata come occasione di speculazione e di accaparramento del denaro pubblico. Perciò i lavori devono durare pressoché all’infinito e il risultato finale non conta. Attorno all’opera pubblica si forma un grappolo di interessi che coinvolge imprenditori, amministratori, politici, mafiosi che controllano la spartizione degli appalti, praticano i pizzi sulle imprese, forniscono loro materiali e servizi, o sono impegnati direttamente nell’attività imprenditoriale. Questo groviglio di interessi è alla base di quel che ancora oggi accade in Sicilia. Nessuna delle dighe esistenti è autorizzata ad essere riempita completamente. Qualche caso, tra i più eclatanti. La diga Ancipa potrebbe raccogliere 34 milioni di metri cubi d’acqua, ne raccoglie solo 4 milioni. La diga presenta delle crepe, segnalate da più di trent’anni. La diga Disueri potrebbe contenere 23 milioni di metri cubi, ma deve fermarsi a 2 milioni e mezzo. La diga Furore, in provincia di Agrigento, completata nel 1992, non è mai entrata in funzione. Per altre dighe mancano gli allacciamenti. Spesso si dice che mancano i soldi, ma in più di un caso i soldi ci sono e non si spendono per inerzia delle amministrazioni che continuano a favorire l’approvvigionamento da parte di privati. Spesso molti metri cubi di acqua rischiavano di finire in mare, perché le dighe non sono in grado di contenere l’acqua caduta con le abbondanti piogge. In Sicilia si fanno processioni e cerimonie religiose per invocare la pioggia, ma quando c’è la pioggia bisogna svuotare le dighe. Purtroppo la situazione a distanza di 150 anni dall’unità d’Italia, non è assolutamente migliorata. Va riaffermato il concetto che la mafia ha potuto operare, nel settore dell’acqua come in altri settori, perché ha goduto di un contesto favorevole e di complicità a tutti i livelli. |